May 11, 2012

Cammino di Santiago 2012

Un viaggio del corpo e della mente attraverso un cammino affascinante dai Pirenei all’Oceano Atlantico.

Finalmente ci siamo, io, Fabrizio, seicento chilometri di autostrada, due ore di aereo e una di taxi…siamo di fronte al monastero di Roncisvalle. E’ sera la neve sui Pirenei è lì, ad un passo. Non ci sono molte persone e quelle poche sono piuttosto silenziose. Rimontiamo le bici al buio e sistemiamo i bagagli. Attraversiamo un piccolo arco in pietra che fa da ingresso ad un’ ampia corte. Conquistiamo un posto letto  in una sterminata camerata dell’ albergue all’interno del monastero. Prima di sistemarci ritiriamo  le credenziali del pellegrino, un libricino di poche pagine che ci accompagnerà per tutta la durata del viaggio. Un sottotetto in travi di legno in una camerata semivuota ci da la buonanotte senza il tempo neppure di cenare, ore ventidue le luci si spengono cala il silenzio…

890 Km da pedalare il viaggio è iniziato…

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La mattina arriva presto, c’è un po’ di vento sembra inverno, facciamo colazione sbrighiamo le ultime faccende e saliamo in sella. Tutti i bagagli si sentono, il sentiero è zuppo dalle piogge dei giorni precedenti. Il sentiero è tutto lungo il bosco alcuni pezzi sono impraticabili, optiamo per l’asfalto. Destinazione Pamplona. La strada che collega Roncisvalle a Pamplona è immersa nel verde dei pascoli e dei boschi, Pamplona appare quasi per caso, cominciamo a prendere confidenza con le colonnine e i simboli che indicano il cammino al pellegrino. Il tempo sembra tenere, il vento contro non molla un attimo. Un giro per le vie del centro, un rapido pranzo davanti Plaza de Toros e riprendiamo a pedalare. Come è apparsa così scompare dietro le nostre spalle e ci riproiettiamo nella solitudine delle campagne coltivate. Davanti a noi l’Alto Del Perdon, un colle disseminato di pale eoliche…brutto segno. Il tempo peggiora, inizia a piovere…Sul crinale non si sta in piedi dalle raffiche di vento miste a pioggia. Ci affrettiamo a scollinare. La discesa ci porta a Obanos dove pernotteremo nel piccola albergue comunale nel centro storico del paesino. Il menù del pellegrino di quella sera prevede peperoncini verdi e zuppa di fagioli come antipasto, riso al pomodoro con uova affrittellate sopra come primo e un secondo di pesce… solo un assaggio culinario di cosa ci aspetterà nei prossimi giorni di viaggio….

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All’ alba del secondo giorno il ricordo più vivo della giornata precedente è senza dubbio la cena.  Ci ritroviamo tutti insieme a fare colazione in una taverna, meno di una decina gli ospiti in tutto. Scambiamo due chiacchiere con il proprietario dell’ albergue saldiamo con pochi euro il conto e ci incamminiamo di buona mattina. Attraversiamo Puente La Reina con il suo ponte romanico,  il tempo è nuvoloso, a tratti pioviscola. Colazione di metà mattinata a Estella, una città romanica detta “del buon pane e del buon vino“. Solo dopo averla passata abbiamo scoperto che le Cantine di Irache  mettevano a disposizione dei pellegrini che passano una fonte esterna da dove si può attingere sia acqua che vino….forse meglio così.  Lasciata Estella il sentiero ritorna sterrato , salite costanti in mezzo alla campagna, passiamo Villamayor De Monjardin e scendiamo fino a  Los Arcos dove pranziamo e  facciamo la conoscenza di Luca, un pisano anche lui in bici. Quello, fino a quel punto, sarà il periodo più lungo senza temporali di tutto il viaggio. Da Los Arcos costeggiamo una vecchia strada di campagna, lasciamo la regione della Navarra da dove è iniziato il nostro cammino e entriamo nella Rioja. A metà pomeriggio giungiamo nei pressi di Logrono. Strappiamo il terzultimo e il penultimo posto dell’ albergue comunale. Non è il massimo, sembra ricavato da un vecchio monastero, siamo al quarto piano in una camera non molto grande ma con nove letti a castello…”Tanto odore di umanità” (Cit. F.G.). Sistemate le bici, i bagagli e fatto una specie di bucato ci addentriamo in città per cena. Vogliamo stare leggeri vista la cena precedente, optiamo per un panino, non so se chiamarlo così… pollo fritto, melanzane, citrioli, insalata, peperoni, pancetta, fontina, uovo affrittellato e patate fritte. Ritorniamo presto all’ostello, alle dieci spengono le luci e dobbiamo ritirare i panni e stenderli. Qualcosa non ha funzionato nelle asciugatrici, i panni sono piu bagnati che mai. La mattina seguente partiamo senza fare colazione intenzionati a lasciare il più velocemente possibile la civiltà. Attraversiamo una suggestiva zona palustre detta Pantano De La Grajera seguita da una irta salita fino al Alto De La Grajera. Ad aspettarmi in cima, a sedere sul ciglio del sentiero, un signore sulla sessantina che al mio arrivo, mentre cercavo con tutte le forze di restare vivo, escalma: “good job men”, a quel punto mi sono sentito in dovere di non morirgli davanti. Ci fermiamo a Navarrete breve colazione e un breve spiraglio di sole che ci accompagna fino all’ Alto De San Anton. Approfittiamo per stendere sulla bici un po’ di panni ad asciugare. Giunti a Santo Domingo De La Calzada decidiamo di mangiare qualcosa lungo un argine, il sole è coperto, fa un freddo cane. Lasciamo la provincia e comunità autonoma della Rioja e entriamo in quella di Castilla e Leon…i cinquantacinque chilometri successivi saranno sotto la pioggia. La nostra méta è un paesino di nome Belorado. Arrivati nel tardo pomeriggio lasciamo le bici nell’ aia entriamo e scopriamo l’ improbabile composizione della camerata, metà veneti e metà giapponesi. Come al solito alle nove tutti a letto.

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Dieci ore di acqua e fatica. Partiamo da Belorado di prima mattina non piove ma lo promette. A Villafranca Monte De Oca decidiamo di optare per il passo asfaltato e saltare il fango, diluvia , sono passati solo dodici chilometri. Il passo è trafficato  e alcuni cartelli ogni tanto ci ricordano che il tratto di strada è molto pericoloso, come se non ci fossimo arrivati da soli. Arriviamo a Puerto de la Pedraja, 1150 metri. Sostiamo sotto l’ingresso di una cappella lungo la strada per avere un po’ di tregua dall’acqua battente, non ci sono segni di tregua. Riprendiamo per il bosco fino a San Juan De Ortega dova la stufa a legna dell’unico baretto ci trattiene per un po’ insieme alle due cioccolate calde chimiche serviteci. Arriviamo a Burgos senza accorgercene, splendida città …non ha mai smesso di piovere, poche foto. Riproiettati nel fango, nella fatica e nel nulla, decidiamo che l’obiettivo di oggi è Honatnas. Poco prima di arrivare  incontriamo un tipo di nome Txema che ci scatta due foto mentre percorriamo l’ultimo chilometro della giornata nel fango, lo ritroveremo a cena. Hontanas appare all’ improvviso , sembra abbandonata, riusciamo a lavare le bici alla belle e meglio e  completamente devastati sia mentalmente che fisicamente andiamo a combattere per un posto letto. Facciamo un giro per il paese e ci accorgiamo che è un paese fantasma, case diroccate nessuno in giro per fortuna ha smesso di piovere. La tregua durerà fino alla mattina seguente. Facciamo colazione lungo la strada a Castojerez e subito dopo iniziamo la salita all’ Alto De Mostelares 910 metri. Breve ma intensa, per la seconda volta dopo l’ Alto Del Perdon spingiamo. Una volta in cima la fatica passa istantaneamente alla vista panoramica delle due vallate , quella che lasciamo alle nostre spalle e quella che ci troviamo difronte. Ricomincia a piovere, di lì a breve la situazione prenderà una brutta piega. Finalmente un po’ di discesa,  proseguiamo verso Boadilla del cammino, quasi in fondo la discesa la strada da battuta diventa fango,

fango, fango, fango.

Bici completamente bloccate, le abbiamo dovute trascinare  in mezzo a dei campi adiacenti alla strada. Una volta liberate dal fango le ruote, i freni, i cambi e tutto quello che era possibile grippare siamo dovuti passare per  campi e andare a intercettare una strada secondaria per uscire da quel pantano micidiale, ore perse per fare pochi chilometri. Passiamo un piccolo albergue vicino ad una cappella , Eremita De San Nicolas, è chiuso. Solo dopo scoprirò che un amico, che adesso non ce più, me ne aveva parlato, aveva dato lui stesso una mano a metterlo a posto molti anni prima. Passiamo Boadille e iniziamo a costeggiare il Canal De Castilla un imponente canale usato per irrigazione. A Fromista diamo una sistemata alle bici e proviamo a darci una sistemata noi sotto un distributore di benzina chiuso. Scarsi risultati, provate voi a lavare una bici in una fontanina pubblica. Improvvisamente si alza una forte brezza il cielo si libera ed esce il sole. Il vento è gelido ma il sole mette di buon umore. E’ da Belorado che siamo oltre gli 800 metri di quota. Passiamo Ledigos e ci fermiamo a San Nicolas De Real Camino, tre case e una chiesa. Mettiamo le bici nel fienile del proprietario vicino ai sui attrezzi e andiamo a farci una doccia. Conosciamo un tipo inquietante che dorme con noi, è partito da Aragona a piedi per Santiago e in quel momento stava tornando a casa sempre a piedi. Passiamo tutta la cena a farci illustrare tutte le differenze tra i vari dialetti delle varie regioni autonome, notiamo un accenno di integralismo nelle sue parole. Il padrone dell’ albergue ha la bellissima idea di portarci una bottiglia di grappa che loro usano con un beccuccio solo per correggere il caffé, noi no, via il beccuccio via la grappa, tutti a letto !

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Una gran bella mattinata di sole e vento contro, tanto vento contro, snervante. La strada è tutta piana immersa in campi coltivati. Le bici accusano i fanghi dei giorni precedenti fanno rumori di biglie d’ acciaio. Finalmente un centro abitato dove facciamo un po’ di manutenzione a riparo dal vento dietro un autolavaggio per camion. I rumori sono quasi tutti spariti, riprendiamo a pedalare passiamo El Burgo Ranero dove un simpatico vecchiotto si fa immortalare dalla macchina di Fabrizio, ed esclama: “così ti ricorderai del vecchio de el Burgo“. Arriviamo a Leon, visitiamo il centro beviamo un caffè con degli amici di Fabrizio che incredibilmente erano là anche loro con la stessa méta e con lo stesso mezzo. Dopo Leon le cose peggiorano, il sole lascia spazio alle nuvole, le nuvole alla pioggia e la pioggia alla grandine. Per fortuna la grandine dura poco, mai fu tanto gradita la pioggia in quel momento. Decidiamo di fermarci a Villadangos Del Paramo, l’albergue è incustodito, senza riscaldamento con un cartello con scritto , “prendete un letto torno subito“. Senza dubbio caratteristico, stanze senza porte da sei metri quadrati con letti a castello a tre piani sui lati e un metro di corridoio centrale. Siamo in “camerata” con una rumorosa coppia francese e un tipo italiano di Cuneo. Sistemate le bici e i bagagli decidiamo di fare un giro per cercare una farmacia e un bar, il primo per riparare il fisico, il secondo per riparare il morale. Tanto era buona quella birra tanto era squallido quel bar, ma non importava un altro passo era stato fatto. Il menù della serata consisteva in  una forma di pecorino, un chorizo intero e del jamon serrano… e birra !! La nostra reputazione di sportivi all’interno dell’albergue si è sbriciolata nel giro di una mezz’ ora. Quel poco di reputazione che ci era rimasta è stata portata via dalla colazione… chorozo, jamon serrano e pecorino ore sette già in bici. Prima di Crucerio Toribio superiamo il nostro compagno di stanza di Cuneo che ci chiede come eravamo riusciti a sopravvivere alla cena della sera prima, pivello! Non aveva visto la colazione. Scambiamo due battute e lo lasciamo al suo passo micidiale. Arriviamo in un  Astorga in festa per le celebrazioni del primo maggio. Il centro tutto transennato, i simboli religiosi si mescolavano a cannoni in bella mostra in pizza. Sembrava di vivere momenti del passato, durante la guerra fredda, visti solo in qualche filmato dell’epoca. Ci fermiamo a mangiare un boccone in un baretto, anche questo in quanto ad ambiente non aveva nulla da invidiare a quello di Villadangos. stiamo ripartendo quando una voce ci saluta, di nuovo tipo di Cuneo che nel frattempo ci aveva raggiunto lui a questo giro. Altre battute sulla nostra alimentazione e lo salutiamo, per l’ultima volta. Lasciamo Astorga, le lunghe strade pianeggianti  di questo enorme altipiano sono al termine. Di fronte ci troviamo la catena del Montes De Leon, il punto più alto di tutto il nostro viaggio. Ci dicono che nei giorni precedenti ha nevicato e che non sanno come sarà il tempo. Ad aggravare lo stato d’animo dei simboli a forma di cristallo di neve tappezzavano la zona di Leon in un canale meteo locale. La salita è costante, pioviscola ma con poco vento , arriviamo a Rabanal Del Camino , il panorama che ci lasciamo alle spalle è stupendo. Fa freddo, continuiamo e raggiungiamo Cruz de Ferro…

nevica !

E finalmente raggiungiamo pochi chilometri dopo Collado De Las Antennas, 1515 metri sul livello del mare ora solo discesa, discesa, discesa. Arriviamo al paesino turistico di Molinaseca 500 metri più in basso. Albergue bellissimo tutto in legno e parquet in terra. ci cambiamo e usciamo. Nel baretto prescelto per il rito della birra di fine tappa troviamo questo curioso personaggio che lo gestisce che ridendo mi fa cenno di avvicinarmi a bancone, mi allunga una copia di un calendario…. che di spirituale ha ben poco. Ringraziamo per il regalo e ce ne andiamo a cena.

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La partenza da Molinaseca è umida, la notte ha piovuto la strada bagnata, passiamo Ponferrada, Villa Franca del Bierzo e arriviamo a Vega De Valcarce. Nel mezzo di questo tratto di sentiero troviamo un curioso ed eclettico personaggio toscano che ci racconta un po’ della sua vite e dei mesi che passa camminando durante l’anno. Salutiamo lui, i suoi mazzolini di fiori finti alle estremità dei bacchetti e la sua vistosa bandiera italiana issata nello zaino e continuiamo per la nostra strada.  Siamo ai piedi di quello che sarà il tratto più impegnativo di tutto il cammino…O Cebreiro. Circa ottocento metri di dislivello in otto chilometri di strada tra i monti e sentiero sterrato poi. Comincia  a fare fresco già in basso, passiamo Las Herrerias e incomincia la salita, volendo c’è anche la variante per la strada asfaltata, optiamo per la fatica e la scartiamo.  A metà della salita ancora su asfalto passiamo la Faba un gruppo di case e un albergue, due tornanti più sopra completamente stremato mi fermo a guardare un cane che sta divorando un non precisato animale…. l’atmosfera non è delle migliori. Qualche chilometri sopra incontriamo un altro piccolo avamposto, una casa, un albergue, e un bar, è l’ultimo insediamento prima di entrare in Galicia. Ci rifocilliamo sperando di aver passato il peggio, quando ci accorgiamo che la strada finisce per lasciare posto ad un sentiero accidentato che si arrampica tra i monti. La pedalata si tramuta in una passeggiata sotto una fina pioggerellina con la bici a traino e finalmente lei, la pietra miliare che ci indica l’ ingresso in Galicia. Per fortuna la passeggiata dura qualche chilometro e il sentiero torna pedalabile fino alla vetta dove avvolto da una fitta nebbia e una fina pioggia  insistente appare il passo dell’ O Cebreiro. Ci fermiamo in questo posto in pieno clima invernale facciamo tappa al baretto per recuperare un po’ le forze e la temperatura corporea. Prima di ripartire visitiamo il piccolo agglomerato di case tutte o con tetto di paglia o con tegole ricavate da sottili pietre giganti… sembra di essere in pieno medioevo. La neve è tornata vicina, poco più in alto ancora qualche nevaio è presente e alcuni mezzi spalaneve sono ancora posteggiati lungo la via. Diluvia, per fortuna in questo punto il sentiero coincide con la strada asfaltata, passiamo l’Alto De San Roque con la sua celebre statua e l’Alto Do Poio poi la strada inizia a scendere scendere scendere … dodici chilometri di discesa sotto il diluvio non vedevo l’ora finisse. Arriviamo a Tricastela in ipotermia ci sistemiamo nello splendido albergue tutto in legno e pietra e finalmente una interminabile doccia calda. Per tutta la sera ha piovuto, siamo usciti solo per andare a cenare e alle nove eravamo già di ritorno, distrutti, la tappa più impegnativa e faticosa…. l’ultimo scoglio era superato. Al nostro risveglio il tempo ci lascia qualche ora di tregua da temporali, ottimo per cominciare la giornata, iniziare il cammino sotto l’acqua  di prima mattina non è mai bello. piccola sosta a Samos per fare due foto al gigantesco monastero e poi sosta tecnica a Sarria, il meteo si è ricordato di noi ed ha iniziato a diluviare. Ne approfittiamo per fare una seconda colazione. Il tempo non accenna a cambiare e decidiamo di ripartire comunque. Da Sarria riprendiamo il cammino attraverso le campagne e i boschi… e il fango tanto fango. Nei pressi di A Brea c’è la pietra dei “100″ chilometri, l’idea di vicinanza si fa più forte, finalmente siamo scesi in doppia cifra. Due foto di rito con la pietra miliare e riprendiamo a pedalare. Appena la strada scollina ci appare davanti a noi l’invaso della diga di Portomarìn dove arriviamo per l’ora di pranzo. Finalmente un pò di sole anche se l’aria resta gelida… non importa. Ci mangiamo un panino nel bar più freddo della Galicia e ripartiamo al volo. Un altro piccolo passo di montagna a Ventas De Naron poi discesa fino a Palas De Rei dove possiamo lavare le bici ad un autolavaggio automatico. Un altro temporale è all’orizzonte, ci incamminiamo verso Laboreiro per evitare di sostare nei centri troppo affollati. Arriviamo precisi prima che inizi a piovere giusti in tempo per scoprire che la piccola frazione è completamente disabitata e che l’albergue è chiuso. Melide è il nostro prossimo obiettivo. A qualche chilometro da questa modesta cittadina improvvisamente una giubbata d’acqua ci sorprende improvvisa, zuppi da capo a piedi. L’ultimo tratto di strada è stato terribile, non si arrivava mai,  stanchi, affamati e completamente bagnati, arriviamo all’albergue comunale e scopriamo che è affollatissimo e tutti nella stessa nostra condizione. I termosifoni sono gettonatissimi e le lotte per accaparrarsene uno sono all’ultimo sangue. Veniamo a conoscenza che la specialità di quella piccola cittadina lontana dal mare è il polpo alla Galliega. Amore a prima vista,  polpo condito con paprica dolce e piccante, sale grosso e patate,  servito in taglieri di legno. Questo piatto ci ha accompagnato  fino alla fine del nostro viaggio.

Eravamo a poco più di cinquata chilometri dalla prima méta, quella più importante….  Santiago de Compostela.

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Un gran bel giorno….dentro, fuori pioggia. Arzùa, Pregontuno, Calzada, Calle Boavista, Salceda, Santa Irene con il suo Alto, O Pedrouzo volano tutti. La strada è tutta immersa nella foresta. Siamo a pochissimi chilometri ma ancora nulla, sembra di essere nel niente. Passiamo l’ Alto De Barreira nella speranza di avvistare la méta, ma ancora nulla, vediamo solo l’autostrada e intuiamo la presenza dell’ aeroporto. Sempre più vicini. L’ultima fatica spetta al Monte Do Gozo 380 metri, il cancello panoramico di Santiago. La strada diviene asfaltata raggiungiamo la strana  scultura in metallo in cima al Monte Do Gozo, poco più avanti le guglie della cattedrale e Santiago davanti a noi. L’arrivo in città al fatidico cartello non poteva che essere sotto uno scroscio d’acqua dirompente,

Santiago de Compostela.

Ci affrettiamo a salire le ripide stradine che portano in centro e dopo un momento di smarrimento nel cercare la cattedrale, appena dopo una scalinata e dietro un arco eccola là. La meta era raggiunta, dieci giorni di pedalata, di fatica e di umido. Entriamo nella cattedrale ci facciamo un rapido giro e notiamo il Botafumeiro montato. La fatica è sparita un po’ di foto di rito e subito a conquistare la Compostellana, la prova di cotanta fatica. Aperitivo in centro come nelle migliori occasioni, spezzatino di manzo, patate e birra, originale senza dubbio. Si è già fatto pomeriggio e decidiamo di andare a cercare l’Albergue comunale. Poco lontano dal centro lo troviamo…è immenso. Un monastero intero dedicato, una parte a collegio e in parte ad albergue. Centinaia e centinai di posti. Intere ali  adibite a dormitorio, inquietante. In quel periodo è praticamente vuoto prendiamo una branda ci diamo una riassettata e usciamo. Il polpo alla Galliega ci aspetta ! Ma il viaggio non è ancora finito. Decidiamo l’indomani di raggiungere Finisterra, l’ultima vera tappa, recuperiamo una cartina da un tabacchi e torniamo al “castello“. Anche se il pomeriggio prima il meteo era migliorato la mattina seguente non ne voleva sapere di farci un favore. Riniziare a pedalare quando la méta più importante di tutto il viaggio è stata raggiunta non è facile, ti senti stanco mentalmente e le gambe girano a fatica. La più lunga tappa, sconosciuta e di solo asfalto. Per la maggior parte di questa tappa è stato come essere in trans agonistica. Entrepontes, Santa Comba, Busto, Zas la strada statale AC404 non ha fine. Ad un certo punto, dopo un lungo dosso, si è cominciato a intravedere l’oceano. Il morale si è improvvisamente alzato, tempo un paio di ore il vento della costa ci ha spazzato via ogni nube ed è spuntato fuori il sole. Le ultime decine di chilometri sono state piacevoli, un continuo saliscendi leggero fino a Cee, sulla costa. Pochi chilometri ancora lungo il golfo ed arriviamo al cartello Finisterra. Si è presentata così, amichevole, calda e assolata. Il paese è molto piccolo e l’albergue comunale è praticamente sul porto di pescatori, ci accoglie una ragazza e come per Santiago anche a Finisterra ci viene rilasciata la Finisterrana, un attestato in pergamena di fine viaggio. Smollati i bagagli siamo andati a goderci lo spettacolo di quella che era considerata la fine delle terre conosciute, Cabo Fisterra. E’ la prima volta dall’inizio del viaggio che saliamo su una bici scarica da tutte le borse, strana impressione. Saranno gli ultimi chilometri che percorreremo. La strada che porta al faro è in leggera salita, incontriamo molta gente che sta tornando e che sta andando. Arriviamo all’ampio posteggio prima del faro, ci sono un sacco di bancherelle di artigianato locale. In alto sulla nostra destra c’è quello che doveva essere il vecchio faro, ora adibito a bar ristorante. Sulla sinistra una croce di pietra ci ricorda la nomea di quel tratto di costa, “Cruz Da Costa Da Morte”. Passiamo accanto all’ ultima pietra miliare  con riportata la dicitura “Km 0.0” e scendiamo fino al faro. E’ quasi il tramonto, arrampicandosi un po’ si arriva sul ciglio dell’ altissima scogliera dove è eretto un piccolo obelisco bianco con inciso ” Che la pace prevalga sulla terra“, frase tradotta in quattro lingue una su ogni lato dell’obelisco. Restiamo la ad ammirare quel panorama fissando l’oceano… mi sembra di essere ancora là. Ci sembrava doveroso rispettare il rito che ci aveva accompagnati fino là, in “fondo al mondo“… birrino al faro. Un posto magico che porterò nel cuore tutta la vita come ogni momento  e incontro di questo viaggio.

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